
La riforma della magistratura, che il governo Meloni definisce impropriamente “riforma della giustizia”, persegue finalità molto diverse da quelle annunciate da chi la sostiene in vista del referendum. Separazione tra la funzione di giudice e quella di Pm, efficienza della giustizia, velocità dei procedimenti, giusto processo, imparzialità del giudice e lotta alle derive correntizie non sono i veri obiettivi della Riforma. Alcuni di questi punti esistono già, altri sono traguardi che possono essere raggiunti attraverso leggi ordinarie, investimenti adeguati e interventi mirati per correggere criticità ben individuabili. Su alcuni di questi fronti, peraltro, negli ultimi anni sono già stati compiuti passi avanti.
Quella sottoposta al voto, invece, è una legge che interviene in modo profondo sulla Costituzione, modificando gli equilibri democratici costruiti con grande lungimiranza dai Padri costituenti. Non basta proclamare nella Carta l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Se, attraverso modifiche ad altri articoli, si indeboliscono i presupposti concreti che ne garantiscono l’effettività, quei principi restano solo enunciati formali.
Se la riforma fosse approvata, la magistratura diventerebbe più esposta al condizionamento dei partiti – e in particolare della maggioranza di governo – attraverso i componenti dei due nuovi CSM e dell’Alta Corte disciplinare nominati dalla politica. Il rischio è quello di creare una garanzia di auto-conservazione del potere politico, che disporrebbe di strumenti più incisivi per proteggere sé stesso dal controllo di legalità.
A farne le spese sarebbero i cittadini. Si profilerebbe una giustizia a due velocità: indulgente con i potenti, severa con i deboli. Dalla riforma emergerebbe una nuova identità del pubblico ministero, sempre più autoreferenziale, orientata a un ruolo di sistematico accusatore, un “super-poliziotto” avvocato delle forze dell’ordine, e non più – come il giudice – figura chiamata alla ricerca imparziale della verità.
Contrastare questa riforma votando NO al referendum significa difendere un principio di equilibrio tra i poteri dello Stato e una concezione della giustizia come garanzia per tutti, non come strumento nelle mani di chi governa. È una battaglia di democrazia e di civiltà.
Di questo si discuterà venerdì 13 marzo 2026 alle ore 17.00 a Torino, presso il Museo Nazionale dell’Automobile (Corso Unità d’Italia 40), in un incontro pubblico aperto alla cittadinanza.
Interverranno:
- Gustavo Zagrebelsky, professore emerito di diritto costituzionale ed ex Presidente della Corte Costituzionale
- Enrico Grosso, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Torino e Presidente del Comitato “Giusto dire No”
- Giuseppe Conte, Presidente del Movimento 5 Stelle e professore ordinario di diritto privato all’Università di Firenze
Modera Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale.
Sarà un’occasione importante per entrare nel merito della riforma, comprenderne gli effetti concreti e valutare in modo consapevole le implicazioni sul sistema democratico e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.