Quando una nomina sa di ricompensa: ASReM e la norma anticorruzione ignorata

Il 29 maggio scorso l’Azienda Sanitaria Regionale del Molise ha annunciato con grande enfasi la nomina del nuovo Direttore Sanitario aziendale. Una nota stampa ufficiale, fotografie e dichiarazioni del Direttore Generale Giovanni Di Santo e dello stesso professionista designato hanno accompagnato una scelta presentata come un atto di buona amministrazione.

A far emergere una possibile criticità è stato il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Roberto Gravina, che ha rilevato come il neo-nominato fosse stato candidato alle elezioni regionali del 2023 nelle liste del centrodestra. Un elemento che richiama direttamente l’articolo 8 del decreto legislativo 39 del 2013, secondo cui gli incarichi di direttore sanitario nelle aziende sanitarie locali non possono essere conferiti a chi abbia partecipato come candidato a elezioni nel territorio di riferimento della stessa ASL nei cinque anni precedenti.

La questione è stata portata all’attenzione pubblica attraverso un’interpellanza in Consiglio regionale e una serie di iniziative istituzionali finalizzate a verificare se l’azienda avesse effettuato tutti gli accertamenti necessari prima di procedere alla nomina.

La vicenda ha avuto un rapido sviluppo. Due giorni dopo l’annuncio e poche ore dopo la conferenza stampa organizzata da Gravina, l’ASReM ha comunicato la rinuncia all’incarico da parte del professionista individuato. Nella nota ufficiale non è stato fornito alcun chiarimento sulle questioni giuridiche sollevate, limitandosi a richiamare generiche motivazioni personali e professionali.

Più significativa è apparsa la dichiarazione dello stesso medico, che ha spiegato di aver rinunciato all’incarico “non sussistendo i requisiti e le condizioni opportune per assumerlo”. Parole che hanno rafforzato i dubbi sulla correttezza dell’iter seguito e che hanno contribuito a chiarire una situazione che, secondo le contestazioni sollevate, non avrebbe dovuto verificarsi fin dall’inizio.

Successivamente, con la delibera del 1° giugno, l’ASReM ha formalizzato la revoca dell’incarico. Un atto che, di fatto, ha confermato la fondatezza delle osservazioni avanzate e la necessità di un intervento correttivo.

Ulteriori interrogativi emergono dalla stessa delibera n. 944, nella quale si legge che la verifica delle eventuali cause di inconferibilità sarebbe stata effettuata al momento della sottoscrizione del contratto. Una circostanza che lascia aperta la questione sull’effettivo svolgimento dei controlli preliminari richiesti dalla normativa.

La norma richiamata non rappresenta un semplice adempimento burocratico. Si tratta di una disposizione anticorruzione introdotta per evitare che incarichi apicali nella sanità pubblica possano essere percepiti come forme di compensazione politica o di riconoscimento elettorale. Il rispetto di tali regole costituisce una garanzia di imparzialità e trasparenza nell’amministrazione pubblica.

Va inoltre evidenziato come la situazione sia diversa da quella che aveva riguardato il precedente direttore sanitario ad interim, il dottor Giorgetta. In quel caso, infatti, l’ANAC ha chiarito che il regime di inconferibilità può essere sospeso per incarichi temporanei e di transizione, assegnati esclusivamente per garantire la continuità amministrativa.

Resta infine aperta la questione delle responsabilità politiche e amministrative. Considerata l’importanza dell’incarico, secondo Gravina appare difficile immaginare che una nomina di tale rilievo sia maturata senza una piena consapevolezza dei livelli decisionali regionali. Da qui la richiesta di fare piena luce sulle modalità con cui è stata istruita la delibera e sulle verifiche effettivamente svolte.

L’interpellanza depositata in Consiglio regionale punta proprio ad accertare chi abbia predisposto l’atto e come sia stato possibile arrivare a una nomina poi ritirata nel giro di pochi giorni. Una vicenda che, grazie all’attività di controllo svolta dall’opposizione e alle segnalazioni portate avanti da Roberto Gravina, si è conclusa con la correzione di una situazione che rischiava di entrare in contrasto con le norme poste a tutela dell’imparzialità della sanità pubblica.