L’Emilia-Romagna ha una legge sul fine vita

Di Lorenzo Casadei, Capogruppo Movimento 5 Stelle in Regione Emilia-Romagna

È la terza Regione italiana, dopo Toscana e Sardegna, a disciplinare l’organizzazione del percorso sanitario per l’accesso al suicidio medicalmente assistito nei casi rigorosamente individuati dalla Corte costituzionale.

Da oggi, in Emilia-Romagna, c’è un diritto in più.

Non perché la Regione abbia inventato un nuovo diritto o modificato il codice penale, ma perché una tutela già riconosciuta dalla Corte costituzionale diventa concreta, accessibile e uniforme anche in Emilia-Romagna. Le persone non saranno più costrette ad affrontare da sole un percorso incerto, dipendente dalla sensibilità delle singole strutture sanitarie o dalla possibilità di rivolgersi ai tribunali.

La legge disciplina l’organizzazione del Servizio sanitario regionale, come consentito dall’articolo 117 della Costituzione e riconosciuto dalla stessa Corte costituzionale, senza non stabilire nuovi casi di non punibilità dell’aiuto al suicidio medicalmente assistito e non interviene sul diritto civile o penale, materie che appartengono alla competenza dello Stato.

Abbiamo definito regole certe per la presentazione della richiesta, la presa in carico, gli accertamenti clinici e la comunicazione degli esiti. Una commissione multidisciplinare composta da medici e professionisti sanitari dovrà verificare attentamente la presenza delle condizioni stabilite dalla Consulta: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli.

La persona dovrà inoltre ricevere informazioni complete sulle alternative terapeutiche e assistenziali disponibili, comprese le cure palliative, la terapia del dolore e il sostegno psicologico. Potrà revocare la richiesta in qualsiasi momento e dovrà continuare a essere curata e accompagnata dal Servizio sanitario regionale, qualunque sia la sua decisione finale. La legge costruisce quindi un percorso rigoroso proprio perché riguarda una scelta intima, dolorosa e irreversibile.

Una legge di civiltà, dignità e umanità che abbiamo portato avanti con responsabilità e ascolto.

Le convinzioni religiose, etiche e morali meritano pieno rispetto quando orientano le scelte personali, ma non possono trasformarsi in un obbligo imposto alla vita, al corpo e alla sofferenza degli altri. Un’istituzione laica non deve stabilire quale significato una persona debba attribuire al proprio dolore, ma deve garantire che tutte le possibilità di cura siano realmente offerte e che ogni decisione venga valutata con competenza, prudenza e rispetto.

Dietro ogni richiesta esistono una persona, una storia, degli affetti, delle paure, una sofferenza e una coscienza. A quelle persone le istituzioni non possono rispondere con il silenzio o con una preclusione ideologica, ma devono rispondere con la cura, con le garanzie, con la responsabilità e con il rispetto. La politica migliore è quella che sa ascoltare la società e trasformare una richiesta di tutela in regole pubbliche e garanzie concrete.

Il Parlamento avrebbe dovuto approvare da tempo una disciplina nazionale organica. La sua inerzia e le divisioni della maggioranza, però, non possono sospendere la Costituzione, cancellare le sentenze della Corte o lasciare senza risposta le persone, le famiglie e gli operatori sanitari. La Regione Emilia-Romagna ha scelto di assumersi la propria responsabilità, intervenendo esclusivamente nell’ambito delle competenze che le appartengono.

Questo risultato appartiene anche alle cittadine, ai cittadini e alle associazioni che hanno promosso la proposta di legge di iniziativa popolare e raccolto migliaia di firme affinché le istituzioni affrontassero finalmente il tema.

Il Movimento 5 Stelle ha voluto questo impegno nel programma della coalizione regionale e lo ha sostenuto con convinzione durante tutto l’iter legislativo.

Era nel programma. Lo abbiamo promesso. Lo abbiamo fatto!