
Il disegno di legge sulla riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza sanitaria conferma ancora una volta la mancanza di una strategia concreta del Governo per affrontare la crisi delle strutture residenziali e semi-residenziali, in particolare delle RSA.
Da anni il sistema versa in condizioni critiche a causa di un’organizzazione dell’assistenza territoriale ormai inadeguata rispetto ai bisogni reali della popolazione, sempre più anziana e fragile. In Italia le persone affette da demenza sono oltre 1 milione, di cui circa 600mila con Alzheimer, mentre gli over 80 aumentano costantemente e rappresentano la fascia della popolazione con il maggiore bisogno assistenziale.
La pandemia ha reso evidenti problemi che erano già presenti: carenza cronica di personale sanitario e sociosanitario, strutture spesso obsolete, difficoltà organizzative e forte squilibrio tra sanità pubblica e gestione privata. Non è un caso che proprio la Lombardia, regione in cui il sistema delle RSA è prevalentemente privatizzato, abbia registrato durante il Covid uno dei numeri più alti di decessi nelle strutture per anziani, molti dei quali riguardavano pazienti affetti da Alzheimer.
A inizio legislatura il Governo aveva promesso una riforma organica delle RSA nell’ambito del decreto sulla non autosufficienza. Invece è arrivato il tentativo, attraverso l’emendamento a prima firma Cantù – poi ritirato grazie alle nostre denunce e al lavoro svolto in Commissione – di modificare persino retroattivamente le quote sanitarie a carico delle famiglie, nel tentativo di limitare i contenziosi giudiziari che sempre più spesso riconoscono come le spese per i malati di Alzheimer debbano essere sostenute dal Servizio sanitario nazionale.
Nonostante ciò, con l’ultima legge di bilancio il Governo ha destinato 100 milioni di euro del Fondo sanitario nazionale alla copertura dei contenziosi delle RSA, una cifra che secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità potrebbe arrivare a coprire appena una parte dei circa 400 milioni di euro di contenziosi stimati nella sola Lombardia. Parallelamente, nel DPCM relativo ai LEA è stata reintrodotta, in forma attenuata, la stessa impostazione contenuta nell’emendamento Cantù.
Oggi, con il nuovo ddl sulla riorganizzazione dell’assistenza sanitaria, ci saremmo aspettati finalmente un cambio di passo. Invece, all’articolo 2, lettera G, troviamo ancora un testo generico, privo di impegni concreti, che ripropone promesse già sentite e mai mantenute.
Noi continuiamo a chiedere una vera riforma delle RSA, che affronti in modo strutturale:
- la grave carenza di personale sanitario e sociosanitario;
- il tema delle condizioni di lavoro anche nella sanità privata convenzionata;
- l’adeguamento strutturale delle RSA, molte delle quali non rispettano pienamente gli standard di sicurezza;
- la ridefinizione del ruolo delle RSA, alla luce della crescente complessità clinica degli ospiti;
- il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, quando possibile, per garantire cure più appropriate e una migliore qualità della vita per anziani e famiglie.
Serve una riforma seria, non annunci generici. Gli anziani non autosufficienti e le loro famiglie non possono più aspettare.
Barbara Guidolin
Mariolina Castellone
Orfeo Mazzella