
La vertenza Electrolux riguarda molto più del destino di una singola azienda. Riguarda il futuro della nostra industria, la tutela del lavoro e la capacità dello Stato di difendere un patrimonio produttivo costruito in decenni di competenze, innovazione e sacrifici.
Il tavolo del 14 luglio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è chiuso senza un accordo. È un segnale che impone alla politica di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Il piano presentato da Electrolux prevede 1.719 esuberi su circa 4.500 dipendenti italiani, quasi il 38% della forza lavoro. Numeri che, da soli, raccontano la gravità della situazione.
Come Coordinatrice regionale del Movimento 5 Stelle Friuli Venezia Giulia guardo con particolare preoccupazione a ciò che sta accadendo nello stabilimento di Porcia, erede della storica Zanussi e simbolo dell’industria manifatturiera del nostro territorio.
Qui il piano aziendale prevede centinaia di esuberi, il ridimensionamento del 40% delle attività di Ricerca e Sviluppo, la chiusura di due linee produttive e la delocalizzazione delle lavasciuga. Non si tratta semplicemente di una riorganizzazione: significa impoverire progressivamente uno dei poli industriali più importanti del Paese.
Ma il danno non si fermerebbe ai lavoratori Electrolux. Attorno allo stabilimento ruota un intero ecosistema produttivo fatto di circa 150-200 imprese dell’indotto e oltre 3.000 lavoratori. Se cade Porcia, rischia di crollare una parte fondamentale dell’economia del Friuli Occidentale.
A pagare il prezzo più alto sarebbero, ancora una volta, le persone più fragili: le donne, che rappresentano una quota importante della forza lavoro nello stabilimento, i circa 200 lavoratori a termine, destinati a essere i primi esclusi, e molti operai vicini alla pensione che difficilmente riuscirebbero a trovare una nuova occupazione.
La proposta alternativa illustrata dall’azienda al Ministero non modifica la sostanza del problema. Chiedere aiuti pubblici, agevolazioni energetiche e ammortizzatori sociali senza offrire garanzie vincolanti sul mantenimento della produzione e dell’occupazione rischia di trasformare lo Stato nel finanziatore della propria deindustrializzazione.
Un’azienda manifatturiera che riduce gli investimenti in ricerca e innovazione ha già imboccato la strada del disimpegno.
Tagliare la Ricerca e Sviluppo significa perdere brevetti, competenze e capacità progettuale. Significa trasformare gli stabilimenti italiani in semplici siti di assemblaggio, facilmente sostituibili quando il costo del lavoro diventerà più conveniente altrove.
Allo stesso modo, accettare una riduzione strutturale dei volumi produttivi significa aumentare inevitabilmente il costo di produzione per ogni singolo elettrodomestico. Domani sarà proprio quell’aumento dei costi a essere utilizzato come giustificazione tecnica per dichiarare gli stabilimenti non più competitivi e procedere con nuove chiusure o delocalizzazioni.
È una dinamica che abbiamo già visto troppe volte e che non possiamo più accettare.
Per questo ritengo che qualsiasi sostegno pubblico debba essere subordinato a condizioni molto chiare.
Le aziende che ricevono risorse dello Stato devono garantire il mantenimento dei livelli occupazionali, dei volumi produttivi e delle attività di Ricerca e Sviluppo nel nostro Paese. Chi decide di delocalizzare dopo aver beneficiato di fondi pubblici deve restituire quanto ricevuto.
Il principio deve essere semplice: chi resta e investe in Italia viene sostenuto; chi utilizza denaro pubblico per poi trasferire produzione e occupazione altrove non può essere premiato.
Anche le richieste avanzate dalle organizzazioni sindacali vanno nella direzione giusta: ritiro del piano degli esuberi, compensazione di ogni produzione trasferita all’estero con nuove piattaforme produttive, tutela della Ricerca e Sviluppo e un vero piano industriale che guardi al futuro.
Il Governo Meloni non può limitarsi a convocare tavoli di crisi o finanziare ammortizzatori sociali. Serve una politica industriale capace di difendere il manifatturiero italiano, contrastare le delocalizzazioni e vincolare le multinazionali che operano nel nostro Paese al rispetto degli impegni assunti verso i lavoratori e i territori.
Da Coordinatrice regionale del Movimento 5 Stelle Friuli Venezia Giulia continuerò a sostenere la mobilitazione dei lavoratori, delle organizzazioni sindacali e delle comunità coinvolte.
Difendere Porcia significa difendere una parte fondamentale della storia industriale del Friuli Venezia Giulia e dell’Italia. Ma significa soprattutto scegliere che Paese vogliamo essere: uno Stato che accompagna la chiusura delle proprie fabbriche o uno Stato che investe nel lavoro, nell’innovazione e nella propria sovranità industriale.
Io ho già scelto da che parte stare.