
Roma è una città che negli ultimi decenni ha consumato suolo come se fosse una risorsa infinita. Abbiamo asfaltato piazze, cortili, slarghi, spazi residuali senza chiederci se fosse davvero necessario. Abbiamo coperto terra viva con cemento anche dove non serviva più.
Oggi ne paghiamo il prezzo: isole di calore sempre più aggressive, quartieri che diventano forni d’estate, temporali che si trasformano in allagamenti perché l’acqua non trova più un suolo capace di assorbirla.
La verità è semplice e va detta chiaramente: il cemento che non ci serve più va eliminato. Non è uno slogan ambientalista. È un principio di buon governo urbano, promosso peraltro anche da un recente Direttiva europea, la 2360 del 12 novembre 2025 sul monitoraggio e resilienza del suolo.
In molte città europee il desealing – la rimozione delle superfici impermeabili inutili, di cui il depaving è parte – è diventato parte strutturale delle politiche di adattamento climatico. Il suolo viene riconosciuto per quello che è: un’infrastruttura ecologica capace di regolare il microclima, drenare le acque, abbassare le temperature. Anche le più recenti iniziative europee sul risanamento e sulla salute del suolo, rafforzate nel 2025, vanno in questa direzione: restituire funzionalità a ciò che abbiamo sigillato troppo in fretta.
Dentro questo quadro nasce la proposta di delibera sul depaving, che ho presentato a mia prima firma. È una proposta costruita con attivisti ed esperti che da anni lavorano sul tema del consumo di suolo e sulla tutela ambientale. Una delibera che nasce dal basso e porta nelle istituzioni un’elaborazione tecnica e politica maturata nei territori.
La novità non è solo togliere asfalto qua e là. È integrare il depaving dentro la pianificazione urbanistica, farne una leva strutturale della rigenerazione urbana e dell’adattamento climatico.
In concreto, la delibera impegna Roma Capitale a:
- Istituire un Registro degli immobili e delle aree disponibili al depaving, aperto anche ai privati che vogliano aderire volontariamente.
- Definire criteri di priorità, incrociando le aree censite con le mappe delle isole di calore e della vulnerabilità climatica.
- Elaborare un Piano del Depaving, integrato negli strumenti di rigenerazione urbana come linea strategica permanente.
- Introdurre degli incentivi economici, a chi, nella rigenerazione, realizza anche depaving
- Costituire una commissione tecnica multidisciplinare, con competenze urbanistiche, ambientali e idrauliche.
- Valorizzare aree residuali e interstiziali, oggi inutilmente asfaltate, destinandole a rinaturalizzazione e forestazione urbana.
- Realizzare una guida operativa e una sezione dedicata sul portale istituzionale, per chiarire iter e favorire il coinvolgimento dei Municipi.
- Attivare sistemi di monitoraggio e condivisione dei dati, per misurare concretamente gli effetti su microclima e drenaggio urbano.
Questo è il salto politico: dire che la qualità urbana non coincide con il cemento. Che l’adattamento climatico deve entrare negli strumenti urbanistici. Che ogni metro quadro impermeabilizzato senza ragione è un problema che lasciamo alle generazioni future.
Per troppo tempo abbiamo pensato che costruire, coprire, sigillare fosse sinonimo di sviluppo. Oggi dobbiamo avere il coraggio di dire il contrario: dove il cemento non serve più, va rimosso.
Roma deve tornare a respirare. E questo significa anche avere la determinazione di togliere ciò che soffoca la città, non solo aggiungere nuove promesse.